Rivista dell'Istituto per la Storia dell'Arte Lombarda
Numero 14 - 16 Numero speciale...

Silvestro Lega: un “pittore nel senso più genuino della parola”

Maria Luisa Gatti Perer

Dattiloscritto inedito, almeno in questa sua formulazione, il breve saggio costituisce una delle prime prove letterarie della storica dell’arte milanese, impegnata su committenza privata a redigere un corposo studio pluriennale su Silvestro Lega. Predisposta come prima stesura della presentazione di questa sua monografia completa sull’artista mai pubblicata e scritta molto prima del volume da lei pubblicato nel 1957, l’autrice inizia questo suo testo tratteggiando brevemente la storiografia critica della prima metà del XIX secolo connessa al Lega. Nel suo scritto l’autrice indugia sulle ragioni profonde che spinsero l’artista a dipingere, presentandolo come uomo “che non conosceva l’arte di saper vivere” ma che avvertiva travolgente la necessità di esprimersi attraverso la pittura e di regalare ad amici e conoscenti le proprie opere incomprese. Opere che, come ricorda la storica dell’arte, egli donava in cambio dell’ospitalità, che talvolta riceveva per compassione, addolorato per l’incomprensione che lo circondava e per “l’impossibilità di render partecipi gli altri del tesoro che c’era in lui”.

Silvestro Lega: a “painter in the most genuine sense of the word”

Unpublished typescript, at least in its formulation, the short essay is one of the first literary proofs of the Milan art historian, committed on private clients to draw up a large multi-year study on Silvestro Lega. Prepared as the first draft of the presentation of her complete monography on the artist never published and written much before than the volume published by her in 1957, the author begins this text by briefly outlining the critical historiography of the first half of the nineteenth century in connection with the League. In her writing the author lingers on the deep reasons which led the artist to paint, presenting him as a man “who did not know the art of knowing how to live” but who felt overwhelming the need to express himself through painting and to give to friends and acquaintances his own not understood works. Works that, as the art historian recalls, he donated in return for hospitality, which he sometimes received out of compassion, saddened by the incomprehension that surrounded him and for “the impossibility of sharing with the others the treasure was in him”.